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Storia
- Il Liceo "Napoleonico"
- Il Liceo "Austriaco"
- Il Liceo Italiano
- Da una guerra all'altra
- Guerra e dopoguerra
1. Il Liceo "Napoleonico"
Il Liceo-Convitto cominciò ad operare nel 1808, dopo il famoso decreto del 14 Marzo 1807 che ne stabilì l'apertura. Il Liceo come tale, in realtà, era attivo già dal 1805, prima a S. Sebastiano, nei locali che erano stati dei Gesuiti, e poi nell'ex convento domenicano di S. Anastasia. Ma con il decreto del 1807, diviene "Liceo con Convitto": deve, cioè, assicurare ospitalità ad un certo numero di allievi. Una promozione sul piano del prestigio, che comporta però difficoltà ed aggravi di spesa per la ristrutturazione dell'edificio resa necessaria dalla nuova destinazione.
Il decreto del 1807, ha scritto il Ronconi, autore di un fondamentale studio sulle origini del Liceo, "mise termine ai tentennamenti della legislazione scolastica di quella età e fissò definitivamente i caratteri essenziali del nostro liceo-ginnasio". E infatti già nel periodo napoleonico la scuola assume quella connotazione culturale che la distinguerà sempre. Altri aspetti, invece, appaiono inevitabilmente legati alle esigenze del momento. Come i "militari esercizi", tipici di un periodo in cui la guerra è all'ordine del giorno.
Non a caso, il Liceo dispone all'epoca di un istruttore militare, un sergente, di un adeguato numero di fucili per i giovani e di una sentinella armata all'ingresso. Non manca neanche un esperto tamburino: a lui è affidato il compito di segnalare con il suo strumento le diverse occupazioni che scandiscono la giornata. Poi, in periodi meno marziali, sarà il più prosaico suono della campanella ad assolvere la stessa funzione.
Sempre in linea con la solennità dei tempi è l'uso di far indossare a tutti un'uniforme. La portano sia gli allievi che i professori: per questi ultimi è d'obbligo una toga nera, con martelletto viola fregiato da una striscia di velluto nero sulla spalla destra. Un berretto quadrato, sormontato da una nappa di seta color violetto, completa il tutto. E se i docenti avevano subito questa imposizione con qualche mugugno (per via della spesa) ne avevano guadagnato in prestigio, almeno sul piano formale. Anche se tutti la considerazione se l'erano guadagnata con il loro impegno.
In quel periodo l'ordinamento delle scuole prevede quattro anni di ginnasio e due di liceo. Al ginnasio prevalgono le discipline umanistiche (latino, italiano, francese, retorica, storia e geografia) completate da aritmetica, calligrafia e disegno. Al liceo dominavano invece gli studi filosofico - scientifici, accompagnati dalla storia e geografia e dai principi delle belle arti e disegno. Materia quest'ultima alternativa allo studio delle istituzioni civili. Ai suoi studentii il Liceo offre buona attrezzatura, con laboratori e biblioteca opportunamente dotati. Tra i docenti, ve ne sono alcuni, come il fisico Giuseppe Zamboni ed il botanico Ciro Pollini, che nel loro campo godono di notevole prestigio.
Gli studenti, se si considera per esempio il 1810, sono 330. Ma è la cifra più alta del periodo napoleonico, anche perché in seguito, con le continue guerre ed il declino dell'Impero, si registra una sensibile diminuzione. Solo nel 1814, con l'inizio della dominazione asburgica, il Liceo si avvia ad un'altra fase di relativa stabilità. Ma l'esordio non è dei migliori: si parla infatti di sopprimerlo, e l'abate Antonio Zamboni, che ne regge le sorti in quel difficile momento, ha il suo da fare. Alla fine arriva il sospirato assenso dei nuovi padroni, ma il Liceo, come naturale, deve adeguarsi rapidamente alle analoghe istituzioni dell'Impero asburgico.
2. Il Liceo "Austriaco"
Con queste premesse, appare inevitabile l'avvio di una sorta di "epurazione". Scompaiono dall'arredamento del Liceo-Convitto le aquile napoleoniche, come quella in bronzo che aveva ornato la lucerna di una camerata. Sparisce il busto in marmo di Napoleone, che a suo tempo era stato collocato al posto di una statua di San Domenico. A sloggiarlo, è un altro busto, in gesso questa volta, dell'imperatore Francesco I. Scomparirà anch'esso, nel 1866, quando entreranno a Verona le truppe italiane.
L'epurazione non si limita agli aspetti esteriori. Le autorità asburgiche, che pure danno segno di moderazione mantenendo pressoché intatto il corpo docente, allontanano dalla cattedra il prof. Ciro Pollini. è un eminente studioso di botanica, ma viene considerato troppo compromesso con il passato regime. Muta in modo abbastanza rilevante l'indirizzo e soprattutto lo spirito degli studi. Un segno vistoso lo offre la fine degli esercizi militari ed il peso crescente assunto dalle pratiche religiose. Quanto agli insegnamenti, essi si adeguano, apparentemente senza gravi difficoltà, ai nuovi tempi.
La politica scolastica dell'Austria, non priva peraltro di aspetti positivi, impone a docenti e discenti un rigido conformismo in tema di valori: la scuola deve formare sudditi fedeli, pronti ad obbedire alle leggi dello stato e ad onorare l'imperatore che lo rappresenta. Nel 1822, il Liceo rende omaggio a Francesco I commissionando un quadro che lo raffigura mentre premia i giovani che si sono distinti negli studi. L'immagine è costruita in modo da dare l'idea di una reverente devozione degli studenti. Il quadro avrà poi nel 1915, nel clima infuocato delle polemiche tra "neutralisti" ed "interventisti", verrà preso di mira dagli studenti interventisti: per evitare danni irreparabili, sarà necessario rimuoverlo dal Liceo.
Ma gli Imperatori, al Liceo-Convitto di Verona non vengono onorati solo in effigie. Quando il successore di Francesco I, Ferdinando, visita la scuola nel 1838, l'accoglienza è, almeno formalmente, calorosa. E succede lo stesso nel 1857, con Francesco Giuseppe, che esprime ufficialmente la sua "sovrana compiacenza e soddisfazione" per il modo in cui è stato festeggiato. Sono episodi significativi e non suscitano meraviglia, se si pensa alla formazione morale a cui sono soggetti gli allievi. La religione ha in quel periodo un ruolo fondamentale al Liceo e contribuisce ad instillare nell'animo dei giovani la persuasione che uno dei loro doveri più importanti sia quello di essere sudditi fedeli dell'Impero.
Chi trasgredisce è colpito con severità, anche se i docenti sono sempre esortati a considerare le punizioni come una "estrema ratio". Li si invita ad agire prima di tutto con persuasione. La sorveglianza esercitata sui giovani appare comunque soffocante. Si censurano pesantemente i comportamenti poco conformistici sul piano formale (dalle lunghe "capigliature" alla "smania di tabacco"), ma a suscitare particolarmente allarme sono soprattutto atteggiamenti pericolosi in campo politico. Come la lettura dei libri "proibiti" o anche solo vagamente sospetti, il sottrarsi allo studio della lingua tedesca o il portare con se qualche oggetto (succede per una spilla con l'effigie di Garibaldi) rivelatori di sentimenti patriottici.
Nel distribuire punizioni, il Liceo-Convitto dimostra una fervida fantasia: la segregazione, la rinuncia forzata al vino o allo scaldino, il "sedere al tavolo del disonore o il vestire l'abito della vergogna". Senza contare la singolare e poco igienica imposizione di "tracciare con la lingua una croce sul pavimento". Quanto ai professori ed alle loro simpatie politiche, appaiono divisi: ci sono gli "austriacanti", con le relative sfumature (uno di loro, Gaetano Scartabello, verrà definito "austriacantissimo"), e quelli sospettati invece di propensioni liberali. Ma i più appaiono prudenti esecutori delle disposizioni impartite dalle autorità: o perché non hanno particolari orientamenti politici o perché si studiano accuratamente di non rivelarli. Quando è il caso, si procede a forzati trasferimenti o alla sospensione dell'insegnamento. Succede raramente, e lo si fa allorché si teme che il "contagio rivoluzionario" si estenda agli studenti.
Da ricordare, infine, qualche cambiamento sul piano dell'organizzazione didattica. Senza entrare nei dettagli, va citato il prolungamento del corso complessivo degli studi, che ora arriva ad otto anni, il rilievo assegnato all'istruzione religiosa con relative "pratiche di pietà", il francese sostituito dal tedesco, la soppressione del convitto e la tardiva ma consistente introduzione dello studio della lingua e della letteratura italiane. Resta comunque immutato l'indirizzo fondamentale: le discipline umanistiche mantengono il loro primato, anche se, continuando una tendenza già presente nel periodo francese, gli studi scientifici conservano un ruolo di tutto rispetto.
3. Il Liceo Italiano
Il linguaggio aridamente burocratico del Registro di Protocollo del Liceo viene momentaneamente interrotto, nell'ottobre del 1866, da una annotazione ("Laus deo, viva l'Italia!") che ben esprime lo stato d'animo di quei giorni. Con l'entrata a Verona delle truppe Italiane, si avvia l'inevitabile epurazione, che, anche questa volta, investe più la forma che la sostanza. Sparisce il busto di Francesco I ed i ritratti degli imperatori vengono rimpiazzati da quelli di Vittorio Emanuele. Restano al loro posto i docenti, compreso il direttore, Giusto Grion, a cui però non vengono risparmiati gli attacchi: parte della stampa cittadina lo considera un voltagabbana, visto che da fedele esecutore degli ordini di Vienna, si è trasformato, al momento giusto, in uno zelante patriota.
Un mutamento non solo formale riguarda l'insegnamento religioso che viene radicalmente ridotto fino a sparire del tutto, così come le "pratiche di pietà" tanto curate in precedenza. Si laicizza anche il corpo docente: nel primo anno scolastico "italiano", su tredici professori, otto sono ecclesiastici. In meno di vent'anni diventano un'esigua minoranza e già nel 1883 sono due su sedici. Ritorneranno invece in auge, come nel periodo napoleonico, gli esercizi ginnico-militari. Nel giugno 1867, la cosiddetta "Legione Accademica", il piccolo reparto armato del Liceo, fa il suo esordio in pubblico sfilando con la Guardia Nazionale. "Facce imberbi eppure risolute", scrive degli studenti un entusiasta cronista, che racconta di manovre eseguite con tale precisione "da farne meraviglia". Non a caso, già dal gennaio di quell'anno, il Liceo, ora non più "Imperial regio ginnasio liceale" ma "Regio Liceo Scipione Maffei", aveva richiesto ed ottenuto un congruo numero di fucili.
Lo sforzo delle autorità scolastiche, desiderose di dare all'istituto una forte impronta laica e patriottica, appare coronato da successo. Nei primi anni italiani, il "Maffei" è spesso al centro dell'attenzione cittadina per motivi di questo genere. Come nel 1869, quando il prof. Achille Andreasi, che al Liceo insegna filosofia, rievoca con "appassionato vigore" in una pubblica conferenza un pensatore dell'800, Pietro Pomponazzi, offrendo alla stampa ed agli ambienti clericali lo spunto per denunciare lo spirito laico e anti-clericale, che, a loro avviso, caratterizza il Liceo e che trova conferma nelle manifestazioni di solidarietà con il loro docente inscenate dagli studenti.
Non meraviglia perciò che nel 1882, in occasione della morte di Garibaldi, gli allievi del "Maffei", fra cui si distingue il giovane Mario Todeschini, futuro esponente del socialismo veronese, si facciano notare per l'acceso patriottismo con cui lo commemorano. Nelle pagine di un "numero unico" da loro pubblicato, essi non esitano a paragonare l'eroe a Gesù: "uomo veramente divino, come l'Umile di Nazareth, Garibaldi volle essere detto Pastore". E che questi entusiasmi laico-patriottici potessero talora passare il segno, lo testimoniano gli attacchi ad un altro illustre professore, Francesco Angeleri, che nel periodo austriaco era stato oggetto di critiche di segno opposto, perché considerato un cattolico-liberale.
Al di là delle polemiche, la vita del Liceo continua a svilupparsi sul piano culturale con caratteri non dissimili da quelli del periodo austriaco. Scuola severa e selettiva, gode ancora di un notevole prestigio che contrasta singolarmente con le difficoltà materiali dovute alla povertà di mezzi. Difficoltà che possono essere constatate "de visu", osservando il "deplorevole stato dei locali e dei mobili" di cui si lamenta il preside nel 1877. Ancora ai primi del '900, come ha scritto Giuseppe Pollorini, le aule della scuola appaiono "tristi, quasi tetre, insufficienti, fredde, oscure, quasi carcerarie". E nel 1918, dopo un'inchiesta ministeriale, si arriva alla dichiarazione ufficiale, per altro scontata, della necessità di un nuovo edificio.
Il problema, come è noto, sarà risolto solo negli anni sessanta e non senza polemiche. La sistemazione della nuova sede sarà considerata infatti da molti non solo una semplice ristrutturazione, ma, sono parole dell'architetto Arrigo Rudi, una vera e propria "demolizione". Anche se poi, quando è il momento di inaugurarla (1963), il Ministro della Pubblica Istruzione, Luigi Gui, esprimerà il suo compiacimento per "l'armonia e la modernità della sede", del tutto degna "della splendida tradizione" del Liceo veronese.
Ma alla fine del secolo, come si è detto, la "armonia e modernità" della sede è di là da venire. Una novità di rilievo è invece offerta dalla presenza delle studentesse. Già nel 1883 conclude gli studi liceali al "Maffei" la "giovinetta" Fiorina Salvoni. è la prima di una lunga serie, e di lei si occupano le cronache del tempo, sottolineandone, oltre ai meriti scolastici, testimoniati da brillanti votazioni, anche le doti patriottico-sportive. La "giovinetta" infatti vince una medaglia in una gara di tiro a segno ed un cronista commenta: "Brava voi, Fiorina Salvoni, che anche nel forte esercizio delle armi sapete essere fra gli eletti". Anche se non sono tutte così dotate, le ragazze del "Maffei" crescono, sia pure lentamente, di numero. Nel 1896, su di una popolazione scolastica di 384 studenti, sono solo 13, un'esigua minoranza che nel nuovo secolo non sarà più tale.
E con l'inizio del novecento, arrivano altre novità, sopra tutto nel comportamento degli studenti: il primo "sciopero", nel 1903, un giornale (Satanasso) pubblicato tre anni dopo, una spiccata propensione per passatempi ed iniziative di tipo goliardico. Senza che ciò comporti, tuttavia, un'attenuazione della loro presenza a manifestazioni più serie, come quella di natura patriottica in cui continuano a distinguersi.
Nel 1909, sia pure in ritardo, il Liceo celebra il centenario. La cerimonia ha una sua solennità e culmina nell'inaugurazione del busto di Scipione Maffei collocato nel chiostro. Nella circostanza, il preside Tullio Ronconi cura la pubblicazione di un volume ( Studi Maffeiani ), che, come si è accennato in precedenza, contiene, oltre alle altre cose, un lavoro dello stesso Ronconi sulle origini del Liceo.
In quell'occasione, la città e la sua classe dirigente, che in gran parte si è formata proprio in quelle aule, appare sinceramente vicina, al di là dell'enfasi celebrativa dei discorsi ufficiali, ad una scuola che gode di largo prestigio anche in ambito nazionale.
4. Da una guerra all'altra
Quando scoppia la prima Guerra mondiale, molti dei docenti e degli studenti del Liceo non nascondono le loro simpatie interventiste. Non costituiscono un'eccezione, poiché in tutta Italia i giovani che frequentano le scuole e le università sono orientate in questo senso: il "Maffei" in particolare vanta all'epoca una spiccata tradizione patriottica. Ma al di là degli entusiasmi nazionalistici, una volta l'Italia entrata in conflitto, la vita del Liceo deve misurarsi con problemi di ogni genere.
Molti giovani, un'ottantina, non fanno ritorno dal fronte ed un professore, Enrico Sicher, è ucciso da una scheggia il 14 Novembre 1915, quando Verona è bombardata da alcuni velivoli austriaci. Ma anche la scuola come tale vive un momento difficile. Basterebbe ricordare la terza liceale dell'anno scolastico 1917/18, ridotta a soli sette studenti. O le difficoltà economiche dei docenti, che già negli anni precedenti avevano lamentato l'esiguità dei loro stipendi. Ora, con le privazioni causate dal conflitto, affermano di trovarsi, sono parole loro, in uno stato di "indigenza" con stipendi inferiori a quelli dei "lavoratori così detti del braccio".
Fra il 1919 ed il 1923, con tre distinte cerimonie tutte caratterizzate da un rinnovato patriottismo, il Liceo commemora i suoi caduti: lo fa con un "ricordo marmoreo" dedicato al professor Sicher, con la "Ara virtutis" destinata a ricordare le giovani vittime del conflitto e con l'inaugurazione del Parco della rimembranza. In quest'ultima circostanza (siamo nel 1923) si riuniscono al Liceo circa duemila persone e sono presenti tutte le autorità cittadine. Nei discorsi ufficiali non ci si limita alla prevedibile esaltazione del sacrificio compiuto dagli studenti: non mancano infatti anche i toni aspramente polemici che riflettono i contrasti politici dei primi anni del dopoguerra. Il patriottismo degli interventisti del 1915, viene collegato da uno degli oratori all'impegno di quanti si sono poi opposti "alla canea degli agitatori urlanti contro la patria". è, come si diceva, il 1923 ed il fascismo, che ha conquistato il potere da un anno, si va ormai consolidando. Risale proprio al 1923 la Riforma Gentile che dà al Liceo Classico, e quindi anche al "Maffei", un'organizzazione degli studi destinata a continuare fino ai nostri giorni. A metà degli anni '20, il Liceo veronese conta circa 500 studenti e 35 professori. Il ginnasio, che all'epoca comprende cinque classi, si articola in quattro sezioni, mentre al Liceo sono soltanto due. La scuola, pur essendo in crescita sul piano quantitativo, punta ancora decisamente alla selezione. Agli esami di maturità (prendendo come esempio l'anno scolastico 1923/24) i candidati sono 46: 26 passano a Luglio, 12 ad ottobre e 8 vengono respinti. La presenza femminile continua, sia pure lentamente, ad aumentare: in questo periodo arriva ad un quinto fra gli studenti e un decimo fra i docenti.
Severa anche la disciplina: quando qualcuno sgarra, si procede ad "inchieste", condotte con modalità e terminologia che ricordano quelle giudiziarie: si parla infatti di "interrogatori", di "imputati", di "confessioni" e così via. Particolarmente numerose, ma non è una novità, le misure disciplinari per parole ed atti ritenuti, di volta in volta, "grossolani", "sconci", "licenziosi". Continuano le propensioni goliardiche degli studenti e non mancano episodi di incompatibilità con docenti giudicati troppo severi. Ma ogni generalizzazione va evitata: molti docenti godono infatti di notevole "popolarità", sia per il loro equilibrio che per le loro capacità culturali e didattiche riconosciute da tutti.
Negli anni Trenta, la crescita del Liceo continua. Nel 1939/40, si arriva a 1032 studenti con ben 402 ragazze: l'esigua pattuglia delle "giovinette" di fine secolo è un lontano ricordo. La Riforma Gentile è ormai pienamente attuata, e, sempre nel corso degli anni Trenta, compaiono nel Collegio dei docenti alcuni docenti destinati a legare il loro nome al "Maffei". Come, per citarne alcuni, Aldo Pasoli, Caterina Vassalini, Pietro Scapini, Domenico Azzolini, Walter Cavarzere, Mario Berni, Giuseppe Fauri, Giovanni Giulietti, Ercolano Oppi, Gabriele Steinmayr.
Blando fino all'anno scolastico 1935/36, il processo di fascistizzazione si fa progressivamente più intenso. Tocca, naturalmente, anche al "Maffei" di subirlo, ma l'istituto, nel suo complesso, conserva una relativa autonomia. Indicativa, a tale proposito, la testimonianza di Alberto Caracciolo, pensatore fra i più significativi nel panorama filosofico italiano del Novecento, che del "Maffei" conserverà un grato ricordo. Quello di Verona, scriverà poi, "non era un piccolo Liceo di provincia: era in quegli anni, almeno nella sezione che ebbi la fortuna di frequentare, una scuola eccezionalmente privilegiata per la presenza di docenti di vivissimo impegno e di cultura superiore". Da loro egli impara ad apprezzare il valore della libertà ed a trovare un'alternativa politico-culturale alla "fascistizzazione" in atto.
Si tratta comunque di spazi che vanno restringendosi sempre più. Anche perché molti studenti e molti docenti seguono, per convinzione o per semplice conformismo, le direttive del Regime. Si ripercuotono così, nel microcosmo maffeiano, tutte le scelte della politica scolastica di quegli anni. Comprese le cosiddette "leggi razziali", che comportano l'esclusione di testi con "brani di autori di razza ebraica", e l'allontanamento forzato dalla scuola di un professore di scienze, Corrado Bonaventura, che, per usare il linguaggio burocratico dei documenti del tempo, viene "sospeso dall'insegnamento perché di razza ebraica".
5. Guerra e dopoguerra
Un confronto tra il clima che regna al Liceo nel primo e nell'ultimo anno del conflitto appare rivelatore. L'anno scolastico 1940/41 viene inaugurato con una cerimonia tenuta alla presenza delle autorità cittadine: docenti e studentii sono in divisa, cantano "L'Inno dell'Impero" e il preside, nel suo discorso, invita tutti ad impegnarsi a fondo "come esige la patria in armi".
Nella seduta iniziale dell'anno scolastico 1944/45, il Collegio dei docenti prende atto di una situazione divenuta incontrollabile ed afferma che si farà scuola come quando si potrà. Il compito dei docenti è di seguire, nei limiti del possibile, il lavoro degli studenti, che viene necessariamente in gran parte svolto a casa. Le incursioni aeree ed "il freddo intenso nelle aule non riscaldate", come recitano i documenti del tempo, contribuiscono, insieme con altre difficoltà, a rendere problematico ogni tentativo di dare anche solo una parvenza di normalità alla vita della scuola. Il preside, Lamberto Chiarelli, invita anche in quella circostanza i docenti "all'unità al di sopra di ogni questione di partito". Ma le lacerazioni della guerra civile e le inquietudini provocate da tutto quanto avviene al di fuori della scuola, si ripercuotono fatalmente anche al suo interno.
Il 25 Maggio del 1945, un mese dopo la fine del conflitto, il Collegio dei docenti è di nuovo insieme. All'ordine del giorno c'è la "ripresa dell'attività scolastica" e i verbali precisano che sono esclusi dalle riunioni "i professori che sono in attesa di giudizio per ragioni politiche". è in atto l'ennesima epurazione: anche il preside è sospeso dal suo incarico e viene sostituito dal professor Aldo Pasoli. Oltre a diversi docenti, l'epurazione colpisce anche i libri di testo: si possono adottare solo quelli approvati da un'apposita "Commissione per la defascistizzazione". Poi, con il tempo, la severità iniziale di questi provvedimenti si stempera: tipico il caso del preside, che verrà rimesso in servizio, ma presso Ferrara.
Il "Maffei" dell'immediato dopoguerra deve misurarsi soprattutto con gravissime difficoltà di ordine pratico. Manca tutto: l'edificio è danneggiato, e, se non ci sono più le incursioni aeree, continua il "freddo intenso nelle aule non riscaldate", tanto che gli studenti fanno degli "scioperi" per ottenere un po' di calore in più. Dal 1950, terminato il periodo di "Reggenza", il preside Pasoli esercita la sua funzione a pieno titolo e guida con mano ferma l'istituto. Lo farà fino alla morte, dando al "Maffei" l'impronta della sua personalità, ricca di doti umane e di una cultura vissuta con profonda partecipazione.
Alla fine degli anni cinquanta, la "ristrutturazione-distruzione" di cui si è detto pone termine all'epoca del "Maffei-convento", La pressoché contemporanea scomparsa del preside Pasoli appare, a sua volta, destinata a segnare la fine di un ciclo. La nuova scuola media e la scolarizzazione di massa ad essa legata costituiscono il più ampio sfondo di un cambiamento che investe il Liceo, che dovrà attraversare, sia pure in forma meno esasperata di altre scuole veronesi, anche il periodo della cosiddetta "contestazione". Ma questa, come si usa dire, è un'altra storia, e non è il caso di tracciarla qui. Concludendo, è opportuno ricordare che il "Maffei" è ormai vicino al suo secondo centenario. Quando si celebrò il primo, il Liceo fu definito "l'asilo più sicuro e rispettato della cultura cittadina". Cento anni più tardi, il nostro obiettivo è fare in modo che si possa dire la stessa cosa adesso, rafforzando, in Europa, l'immagine di Verona come città-crocevia delle strade della grande cultura. I festeggiamenti hanno avuto un'eco internazionale: azioni di ricerca storica, convegni, seminari, eventi multimediali e teatrali, concorsi e l'offerta di tesi di ricerca storica e pedagogico-didattica e una, importantissima, emissione filatelica, dedicata proprio al nostro Liceo. Giustamente, perché il Liceo Maffei di Verona è il più antico d'Italia in attività e uno dei più antichi e prestigiosi in Europa.
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